Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività

È in genere maschio, normodotato dal punto di vista delle capacità intellettive, si alza spesso, sia a tavola sia durante una lezione, non riesce a stare mai fermo, non svolge i compiti che gli vengono affidati, inclusi quelli scolastici, e non sembra rispettare il proprio turno quando si tratta di parlare.


È questo, in estrema sintesi, il profilo di un bambino iperattivo che, oltre all’impressione di “avere l’argento vivo addosso”, da anche quella di non attenersi alle regole basilari della comunità. Se al di sotto dei 4 anni queste sono prerogative ancora tollerabili – in quanto la fisiologica capacità di mantenere l’attenzione si limita al massimo a una ventina di minuti –  dopo questa età la loro permanenza diventa sospetta: naturalmente un comportamento maleducato e irrispettoso può esprimere la mancanza di regole e il bisogno di una più rigorosa disciplina. Ma se dopo l’ingresso alla scuola elementare l’iperattività si accompagna anche a problemi di apprendimento e quindi a difficoltà nel raggiungere gli obiettivi prestabiliti dai programmi didattici è opportuno far tesoro degli elementi raccolti dagli insegnanti chiedere consiglio al proprio pediatra di fiducia. In questo caso, infatti, potrebbe configurarsi quello che nel gergo medico di definisce ADHD, cioè un disturbo da deficit di attenzione e iperattività, che deve essere opportunamente diagnosticato e affrontato dallo specialista (il neuropsichiatra infantile).

 

Definizione di ADHD

L’ADHD, è uno dei più frequenti disturbi dell’età evolutiva ed è caratterizzato da un marcato livello di disattenzione e da una serie di comportamenti secondari che denotano iperattività e impulsività. Se riconosciuto e trattato in maniera idonea, il decorso diventa nettamente più favorevole.  I bambini affetti da ADHD, in effetti, non riescono a controllare le loro risposte all’ambiente, sono disattenti, iperattivi e impulsivi tale da compromettere la loro vita di relazione e scolastica. Il disturbo può essere classificato in tre forme diverse:

- una classica, caratterizzata da iperattività, impulsività e disturbo d'attenzione;

- una forma meno frequente e più difficile da riconoscere in cui compare solo il deficit di   attenzione (presente soprattutto nelle femmine);

- una terza, caratterizzata da prevalente iperattività e impulsività.

 

L’ADHD colpisce il 3,5% circa della popolazione pediatrica ed è uno dei principali problemi medico-sociali dell’infanzia. Contrariamente a quanto si riteneva in passato, l’ADHD non è un problema marginale che si risolve con l’età, dal momento che persiste infatti in circa due terzi dei casi fino all’adolescenza e in circa un terzo fino all’età adulta. Inoltre, molti tra coloro che non rientrano più nella descrizione clinica di ADHD hanno ancora significativi problemi di adattamento nel lavoro, a scuola o in altri contesti sociali.

 

Problemi relazionali

Genitori, insegnanti e coetanei sono tutti concordi nel sostenere che i bambini con ADHD manifestano evidenti difficoltà nelle relazioni interpersonali. Alcuni studi hanno dimostrato che i bambini affetti da deficit di attenzione, con o senza iperattività:

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- ricevono minori apprezzamenti e maggiori rifiuti dai loro compagni di scuola o di gioco;

- pronunciano un numero di frasi negative nei confronti dei loro compagni dieci volte superiori rispetto agli altri;

- presentano un comportamento aggressivo tre volte superior;

- non rispettano o non riescono a rispettare le regole di comportamento in gruppo e nel gioco;

- laddove il bambino con ADHD assume un ruolo attivo riesce ad essere collaborante, cooperativo e volto al mantenimento delle relazioni di amicizia;

- laddove, invece, il loro ruolo diventa passivo e non ben definito, essi diventano più contestatori e incapaci di comunicare proficuamente con i coetanei.

 

Le cause

Da alcuni anni i ricercatori hanno anche iniziato ad evidenziare le cause genetiche. L’ADHD dipenderebbe infatti da un difetto evolutivo nei circuiti cerebrali che stanno alla base dell’inibizione e dell’autocontrollo. A sua volta, la mancanza di autocontrollo pregiudica altre importanti funzioni cerebrali necessarie per il mantenimento dell’attenzione. Si è osservato inoltre che i fratelli e le sorelle di bambini con ADHD hanno una probabilità di sviluppare il disturbo da 5 a 7 volte superiore a quella dei bambini appartenenti a famiglie non colpite. E i figli di un genitore affetto da ADHD hanno fino a 50% di probabilità in più di sperimentare le stesse difficoltà. I fattori non genetici collegati all’ADHD sono: nascita prematura, uso di alcool e abitudine al fumo di sigaretta da parte della madre, esposizione a elevate quantità di piombo nella prima infanzia e le lesioni cerebrali - soprattutto quelle che coinvolgono la corteccia prefrontale. Considerati nel loro insieme, tuttavia, questi fattori possono spiegare dal 20 al 30% dei casi di ADHD tra i maschi, e una percentuale ancora inferiore tra le femmine. Contrariamente alla convinzione popolare, infine, non si è trovata alcuna significativa correlazione tra ADHD e metodi educativi o fattori dietetici. 

Il decorso e la terapia

Il decorso dell’ADHD può essere quanto mai differente da un individuo all’altro: dalla completa scomparsa, ottenuta grazie a programmi integrati tra genitori e insegnanti che prevedono sostegno scolastico e accorgimenti volti al mantenimento dell’autostima del ragazzo, si può spaziare a situazioni in cui il disturbo rimane in età adulta.
La terapia per l'ADHD, nei casi da moderato a severo, si basa su un approccio interdisciplinari che combina interventi psico-educativi con una terapia farmacologica che deve essere prescritta dallo specialista e monitorata sistematicamente nel tempo.

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