Adenoidi e tonsille

Adenoidi e tonsille

Le tonsille sono importanti stazioni di sorveglianza e di difesa delle prime vie aeree. Di solito si pensa a quelle palatine, che il pediatra esplora quando chiede al bambino di spalancare la bocca o utilizza l’abbassalingua…


In realtà ciascuno possiede ben quattro roccaforti, note nel loro insieme come “anello di Waldeyer”, in memoria dello scienziato tedesco che l’ha descritto per la prima volta nel XIX secolo: le tonsille palatine, appena citate, le tonsille faringee (o adenoidi, situate a livello delle coane, cioè i fori ossei che mettono in comunicazione il naso con la parte alta della faringe), le tubariche, che si localizzano in prossimità dello sbocco delle tube di Eustachio, e infine le linguali, situate in basso, dietro la lingua.

Le tonsille hanno un aspetto tipicamente spugnoso: le loro minuscole cavità servono proprio a captare la presenza di germi e a organizzare i processi necessari a eliminarli. Si spiega così perché ogni stimolazione o, se si vuole, infezione (tonsillite), determina un aumento di volume delle tonsille (meglio nota come ipertrofia), nelle quali vengono richiamate le cellule difensive. Il più delle volte questo fenomeno si risolve spontaneamente, ma il ripetersi delle aggressioni o semplicemente una maggiore reattività del sistema difensivo, tipica di alcuni individui, fanno sì che le tonsille rimangano permanentemente ipertrofiche, a causa della permanenza locale di un’elevata concentrazione di cellule immunitarie. Le cosiddette “placche”, riscontrate in alcuni casi di tonsillite, altro non sono che piccoli ascessi che si formano all’interno delle microcavità delle tonsille.

Quando restano ingrossate

L’ipertrofia cronica delle tonsille non è priva di conseguenze. Innanzitutto il loro volume abnorme crea un’ostruzione. Nel caso delle adenoidi essa si manifesta soprattutto nel periodo notturno, con russamento, respirazione a bocca aperta e, nei casi più marcati, momenti di apnea (assenza di respiro). Le tonsille palatine possono ingrossarsi al punto di arrivare addirittura a “toccarsi”, spostando l’ugola. Nella stragrande maggioranza dei casi l’ipertrofia è bilaterale, cioè interessa entrambe le tonsille, e non è raro che interessi contemporaneamente le tonsille palatine e le adenoidi. Una sua altra implicazione è una minore diffusione dei farmaci: un antibiotico, per esempio, raggiungerà con maggiore difficoltà i batteri in una tonsilla ipertrofica. A questo si aggiunge poi il fatto che gli stessi germi si trovano paradossalmente favoriti: l’ipertrofia, infatti, oltre certi limiti, si accompagna a una perdita dell’efficienza difensiva e offre a essi maggiori possibilità di insediamento e quindi di cronicizzazione di un’infezione, con allungamento dei tempi di guarigione.

Le conseguenze dell’ipertrofia

Mentre le alterazioni di palato e mandibola richiedono una valutazione del dentista, una delle domande che assilla i genitori è se il proprio bambino deve essere o no operato di tonsille. Tre-quattro decenni fa l’intervento era una prassi comune, mentre oggi l’atteggiamento degli specialisti è meno aggressivo e più cauto, anche perché non è esente da rischi o imprevisti. L’asportazione delle adenoidi (adenoidectomia) trova indicazione se la loro dimensione è cresciuta al punto di invadere l’80% dello spazio rinofaringeo, cioè di quella cavità che mette in comunicazione il naso con la gola.

L’asportazione delle tonsille palatine (tonsillectomia), che può essere associata a quella delle adenoidi, è invece giustificata in presenza di una loro documentata alterazione permanente, di infezioni ripetute da streptococco, uno dei batteri più temuti, episodi ricorrenti (7 nell’ultimo anno, almeno 5 in ciascuno dei 3 precedenti, come suggerito dalle direttive ufficiali) e formazione di ascessi peritonsillari, ossia di raccolte di pus nello spazio circostante le tonsille palatine. Ovviamente ogni bambino è un caso a sé e spetta al pediatra e allo specialista valutare di volta in volta l’andamento clinico. Un esame utile a decidere se e quando intervenire, oltre alla fibroscopia (cioè l’esplorazione delle fosse nasali mediante una sottile sonda munita di telecamera), è la polisonnografia, cioè la registrazione in forma di tracciato della respirazione nel sonno. La presenza di apnee è senza alcun dubbio un elemento a favore dell’intervento.

Il problema del russamento

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Un bambino che russa non soltanto dorme male. È un bambino più irritabile, che si alimenta spesso malvolentieri, può andare incontro a deformazioni del palato a seguito del maggiore sforzo respiratorio e si sveglia classicamente con le occhiaie, a seguito del ristagno di sangue nel circolo venoso. È anche un bambino che si sviluppa meno delle sue potenzialità, in quanto l’ormone della crescita (GH) viene liberato nel sangue proprio nelle ore notturne e risente di eventuali alterazioni del ritmo sonno-veglia. A tutto questo si aggiungono poi, nei bambini che vanno a scuola, una scarsa capacità di attenzione e concentrazione, che si ripercuote sulla resa,e la frequente necessità di ricorso a farmaci (antinfiammatori, analgesici, antipiretici, antibiotici), a causa della maggiore predisposizione alle infezioni e all’insorgenza di possibili complicazioni, come per esempio sinusite (infezione di una delle cavità che fanno parte del naso), otite, faringite ed estensione delle infezioni ad altre aree dell’apparato respiratorio. Va poi ricordato che naso e gola sono fondamentali anche per la pronuncia delle parole (fonazione): un bambino che russa ha spesso difficoltà a parlare correttamente e si può trovare ostacolato nelle relazioni con i familiari e con i coetanei.

La prevenzione

Cosa si può fare per la prevenzione? Indubbiamente tenere il bambino al riparo, ritardando il più possibile il suo ingresso in comunità, non è la soluzione più efficace. Risparmia qualche episodio nei primi anni, è vero, ma all’inizio della frequenza della scuola materna o di quella elementare il sistema difensivo dovrà in ogni caso cimentarsi con una miriade di germi. E in ogni caso anche i genitori e i familiari possono involontariamente introdurre nell’ambiente domestico virus e batteri di ogni genere. Senza considerare situazioni particolari di debilitazione o di calo delle difese, non è vero che ci sono bambini che non si ammalano mai e bambini che si ammalano sempre, cioè in ogni possibile occasione di contagio: semplicemente alcuni hanno già maturato una protezione efficace e sono più rapidi nel reagire a nuove aggressioni, mentre altri sono ancora in fase di sviluppo sotto il profilo immunitario.

Una prevenzione efficace, nei piccoli che non sanno ancora soffiarselo, è rappresentata dal lavaggio del naso con soluzione fisiologica o acqua di mare, che consente non solo di migliorare la respirazione ma anche di rimuovere le secrezioni ed eventuali germi in esse presenti. Molto utilizzati sono poi i cosiddetti “vaccini orali”, cioè preparati che contengono estratti dei batteri più comuni, con lo scopo di preparare le mucose a rispondere in caso di contatto con tali agenti patogeni. Gli immunostimolanti, infine, potenziano alcune funzioni, come la produzione di anticorpi e l’attività di alcune cellule difensive.

Se invece si documentano sensibilità di tipo allergico è opportuno, oltre a curare i sintomi (lacrimazione, secrezione nasale) con opportuni farmaci, ridurre il più possibile l’esposizione alle sostanze responsabili. A tale riguardo va ricordato che sono disponibili numerosi prodotti contro gli acari.

 

 

 

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